Se perdiamo la colpa è sempre nostra (e mai merito degli avversari)

"Non abbiamo giocato bene" oppure "non siamo riusciti a fare il nostro gioco o quello che sappiamo fare". Quante volte abbiamo sentito frasi di questo genere pronunciate, soprattutto, da allenatori di squadre di calcio?


Affermazioni come queste potrebbero essere condivisibili se a pronunciarle fossero direttamente gli atleti di sport individuali, per i quali la valutazione della loro prestazione è legata al cronometro oppure al metro. SeUsain Bolt corresse i 100 metri in 10'20, potrebbe certamente dire: "ho corso al di sotto dei miei standard". Se un saltatore in lungo da 8,50, saltasse 7,60 potrebbe dire: "ho saltato male".


Ma le frasi, come quelle suindicate, pronunciate da allenatori che guadagnano cifre stratosferiche, non si possono sentire. Una squadra di calcio di serie A quando scende in campo, non gioca da sola, ma contro degli avversari che non sono lì per fare gli "sparring partner", ma per vincere.


Le differenze fra le squadre di vertice e quelle che lottano per non retrocedere, molte volte sono insignificanti, tanto è vero che nella stragrande maggioranza dei casi si vince, dopo 90 minuti, con un solo goal di scarto, e non 5 a 0 o 10 a 0.


Ragion per cui piuttosto che dire di aver giocato male, è preferibile valutare se gli avversari hanno giocato meglio o magari semplicemente quel giorno sono stati più bravi o più forti.


Ma perché gli allenatori dicono cose di questo genere?


Le motivazioni possono essere diverse: alcune volte perché si è "giocato" effettivamente al di sotto dei propri standard a prescindere dal valore degli avversari; altre volte perché gli allenatori spinti dallo spirito nobile di volersi accollare a tutti i costi le responsabilità proprie e della squadra, decidono di crocifiggersi.


Infatti, in ambito psicologico, l'aspetto più interessante è un altro. Gli studi di Neuro Linguistica ci ricordano che il linguaggio è generativo e pertanto i giocatori che sono scesi in campo (e che hanno giocato con il loro massimo impegno) "apprendono" un unico messaggio: "non abbiamo giocato bene" uguale "noi giochiamo male".


Un aspetto comunicativo che molto spesso viene trascurato riguarda il fatto che il cervello dell'atleta che sente frasi di questo genere, non è in grado di discernere o contestualizzare la prestazione a quella singola gara o partita, ma tende a produrre una generalizzazione (PNL).


A questo punto è di fondamentale importanza per l'allenatore, analizzare, (magari con la collaborazione di un Mental Coach), quali sono gli effetti di quelle affermazioni, per valutare se sono capaci di produrre uno "stimolo" per migliorare la performance per la gara successiva, o magari scoprire che si producono più "danni" di quanto si potesse immaginare.


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